Ma a quale impulso hanno obbedito i parlamentari che hanno presentato un progetto di legge per varare una nuova IMU? Surrogandosi così al governo in una materia politicamente delicata, se solo si ricorda che essa è stata definita non senza fondamento la tassa più odiata dagli italiani.
 
Anziché essere occasione di un contributo di idee per superare la vecchia IMU e smontarla come imposta di tipo patrimoniale, qual è attualmente, paradossalmente la proposta rischia di rafforzare proprio questa matrice che è alla base dell’avversione degli italiani. Evidentemente non è stato considerato quanto un qualificato esponente del governo, il sottosegretario all’Economia Bitonci, ha recentemente dichiarato sull’innovazione dell’IMU, che deve essere “una vera tassa sui servizi, non una tassa sul patrimonio: dev’essere chiaro”.
 
La prima impressione, ma anche la successiva, è che l’iniziativa dei parlamentari costituisce un tentativo, tenendo per ora indenne il Governo dalle scelte di fiscalità immobiliare, per verificare le reazioni dei diversi ambienti interessati all’argomento. Reazione che non può che essere quella di constatare che il Governo non si decide a varare una vera riforma fiscale generale nel cui ambito la parte relativa alla tassazione degli immobili ha una posizione significativa perché tocca una grande platea di persone.
 
I dubbi socratici sono notevoli, dovendo cercare di conciliare razionalità impositiva, equità fiscale ed i conti delle casse sconquassate dei comuni, che sono gli enti più vicini ai cittadini ma che capiscono (tutti o quasi) la sola filosofia della propensione a spendere (tanto e male) per poi cercare scorciatoie quando debbono tassare, sperando che sia lo Stato a toglierli dai guai dei dissesti. E i comuni si guardano bene di proporre una propria soluzione all’imposizione immobiliare, che è quella più legata al territorio e alle loro finanze e che quindi li dovrebbe vedere protagonisti in prima fila.
 
Dovrebbero però chiarirsi le idee, che sono poche e confuse. Vogliono un’imposta di tipo patrimoniale su basi classiche e odiose (per gli italiani) oppure una moderna imposta correlata alle spese per i servizi resi dalle municipalità e, quindi, ben più articolata nella definizione dei soggetti passivi (proprietari ed utilizzatori) e della base imponibile, dovendo individuare gli elementi misuratori del beneficio ottenuto dai cittadini?
 
È una domanda che non ammette risposte generiche ma chiare prese di responsabilità, anche con riguardo alla più spinosa delle questioni, che riguarda la tassazione delle prime case che fruiscono dei servizi e quindi dovrebbero concorrere, pur in misura contenuta, alle relative spese.
 
Gli immobili sono sicuramente un indicatore di capacità contributiva che però va apprezzata scegliendo tra le imposte di tipo patrimoniale e quelle sui servizi. Le prime sono sempre odiate, le seconde, se ben definite possono essere accettate qualora si spieghi qual è il loro collegamento con i vantaggi, in termini di servizi, di cui possono fruire i contribuenti.
 
Una tassa collegata ai servizi comunali ben può far riferimento all’utilizzazione degli immobili (come in Francia) applicando però i correttivi più adeguati (ubicazione e valore dell’immobile, numero degli occupanti, reddito e, in generale, la potenziale fruizione dei servizi). Perciò dovrebbero essere esclusi gli immobili non utilizzati perché sfitti, inagibili, occupati abusivamente etc., come sembra emergere dall’andamento dei lavori parlamentari.
 
Considerata come tassa sui servizi sarebbe naturale affermarne la sua deducibilità dal reddito prodotto, ovviamente con riguardo agli immobili aziendali strumentali. Così come dovrebbe risultare naturale una tassazione differenziata nel caso di utilizzazione dell’immobile da parte di soggetto diverso dal proprietario.
 
Tornando al Pdl sulla nuova IMU (AC 1429), tutto si può dire ma che sia “nuova” proprio no; lo conclama il Servizio Studi della Camera che osserva come “la proposta non innova significativamente l’attuale disciplina positiva dei vigenti tributi”. Cominciamo dalla semplificazione. I parlamentari pensano davvero che semplificare vuol dire precompilare i bollettini di versamento o adottare un unico codice tributo? Anche questo serve, ma un buon informatico non impiega molto a realizzare un programma che pesca i dati del catasto e li trasforma in imposta da pagare. Oppure semplificare è un format unico delle delibere comunali sull’imposta? Occorrerebbe ben di più, a cominciare dalla stabilità normativa e dalla fine dei periodi transitori fino alla fantasia dei comuni in termini di esenzioni e riduzioni.
 
Nei contenuti il Pdl riproduce vizi e storture antiche e ne crea delle nuove, oltre che generare confusione normativa, dal momento che se si vuole creare una “nuova” imposta occorre riscrivere del tutto, col criterio dell’autosufficienza normativa, gli elementi della fattispecie imponibile, dai soggetti, ai presupposti, alle esclusioni ed esenzioni, al regime dei controlli e degli accertamenti, fino alla riscossione ed al contenzioso.
 
La vecchia TASI era caratterizzata dal presupposto del possesso o detenzione di immobili e dal collegamento del tributo ai servizi indivisibili da individuare mediante regolamento con specifica ed analitica indicazione dei relativi costi che la tassa doveva coprire.
 
Questa correlazione è stata del tutto eliminata nel progetto di legge parlamentare e toglie quindi ai cittadini il diritto di controllare la corretta applicazione del principio del beneficioche tale previsione sottendeva. Quindi si realizza un peggioramento socio-culturalerispetto al passato.
 
Il recupero del principio del beneficio della tassa s’impone anche per realizzare una meditata ripartizione del carico fiscale tra il proprietario (o titolare di diritti reali) e l’utilizzatore dell’immobile che dovrebbe subire la maggior tassazione in quanto effettivo fruitore dei servizi comunali. E se manca un utilizzatore dei beni questa parte della tassa non dovrebbe, per coerenza, trovare applicazione. Di tutto questo non c’è traccia nel progetto di legge.
 
La stortura che permane è ancora quella dei moltiplicatori catastali che evocano il decreto Monti (decreto Salva Italia), che sono fermi da anni e non misurano correttamente il valore degli immobili, oltretutto essendo calcolati in base a norme obsolete che riflettono iscrizioni catastali statiche che ignorano il forte deprezzamento del patrimonio immobiliare nell’ultimo decennio, certificato dalla stessa Agenzia delle Entrate (si veda l’osservatorio immobiliare che pubblica periodicamente). Non sono affatto considerati altri elementi che dovrebbero concorrere alla fattispecie imponibile, quale il numero degli utilizzatori, i servizi di trasporto, le infrastrutture sanitarie, scolastiche, sportive pubbliche posti nelle vicinanze) che dovrebbero essere considerati per una moderna imposta sui servizi locali.
 
L’occasione non è stata colta neppure per ridefinire la tassazione degli immobili con un’unica imposta, evitando quindi ulteriori tassazioni con l’IRPEF, salvo che non si tragga da essi un reddito monetario effettivo. Continuano ad essere infatti assoggettati all’imposta personale gli immobili sfitti.
 
Una discrasia riguarda, infine, la deducibilità dalla base imponibile IRES o IRPEF della tassa versata dalle imprese o professionisti sugli immobili strumentali, che il comma 12 dell’art. 1, legge n. 145/2018 (come modificato dal decreto Crescita) ha stabilito nel 100% sia pure dal 2023 mentre l’art. 9 del progetto di legge riconduce al 60%.
 
Fortunatamente, non essendo un decreto legge ci sarà modo e tempo nei passaggi parlamentari per ricercare un assetto normativo che possa recepire le istanze diffuse e per cogliere l’occasione per una vera riforma unitaria della fiscalità immobiliare, senza rattoppi di norme ormai datate ed inadeguate per una tassazione moderna, perequata all’utilizzo dei servizi pubblici ai quali gli immobili sono correlati.